L’introduzione dei nuovi dazi statunitensi sulle importazioni europee inaugura inevitabilmente un nuovo capitolo di tensioni commerciali, colpendo in maniera significativa, ma non esclusiva, il settore automotive. Comparto già sotto pressione, che si trova ora ad affrontare un’ulteriore perdita di competitività su uno dei mercati extra-UE più rilevanti. Il rischio di compromettere le esportazioni, gli investimenti e la stabilità occupazionale lungo l’intera filiera è concreto. Tuttavia, considerare questa situazione come un evento imprevisto denota, più che una reale reazione a tale misura, una mancanza di visione strategica.
È importante sottolineare che questi dazi erano stati annunciati da Trump durante tutta la sua campagna elettorale. La loro introduzione era quindi prevedibile e attesa. Negli Stati Uniti le promesse elettorali spesso si concretizzano in decisioni politiche strutturali. A differenza di quanto accade spesso altrove dove, ad elezioni avvenute, rimangono solo slogan o misure “spot”.
Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere una reazione impulsiva come quella di varare nuovi dazi e men che meno ipotizzare ritorsioni di alcun tipo. Non mi pare, anche volendo, che questa Europa abbia uomini e strumenti per poterlo fare. La recente (non) revisione degli obbiettivi sul 2035 ne sono una dimostrazione. E comunque un approccio di questo tipo rischierebbe solo di peggiorare lo scenario economico.
Serve negoziare. Unitamente ad una strategia lucida e orientata al lungo periodo.
È fondamentale in primis analizzare con rigore l’impatto concreto di queste misure su industria e indotto. Valutare poi forme intelligenti di localizzazione produttiva nei mercati target, inclusi gli stessi USA, e capitalizzare il know-how europeo. Dalla componentistica avanzata all’ingegneria meccanica ed elettronica, al design. Asset distintivo difficilmente ritrovabile altrove. Questo nell’automotive, ma parimenti si potrebbe fare con i principali settori coinvolti.
Ma chi tratta?
È chiaro che il dialogo con gli USA non possa tagliare fuori i principali interlocutori istituzionali. Dall’ UE ai governi nazionali. Ma deve includere la voce delle imprese e in particolare di quelle più esposte alle dinamiche globali. Affidare interamente la negoziazione alla politica, come già visto nel caso del Green Deal europeo, ha prodotto decisioni profondamente scollegate dalla realtà industriale.
Per difendere l’interesse strategico del sistema produttivo, serve una politica commerciale pragmatica, competente e coraggiosa. Le imprese hanno già dimostrato ampiamente la loro capacità di adattamento. Gli approcci ideologici, oltretutto poco strutturati e al limite dell’improvvisazione, invece, hanno mostrato tutto i loro dannosi limiti. Anche per questo è fondamentale seguire la direzione della negoziazione con persone e strumenti adeguati.
“La strategia è scegliere cosa non fare”
Michael Porter


