Un’ impresa a “voce alta”

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Chi un po’ mi conosce sa quanto non sia nella mia indole “scaldarmi” più del necessario. E men che meno farlo alzando la voce. Però se parlo di lavoro, della realtà di chi fa e vive d’ impresa e si ritrova a farla in condizioni congiunturali economiche come quelle attuali e in una realtà come questo nostro Paese, la tentazione di adeguare il tono, metaforicamente s’ intende, pare forse necessaria. Quanto meno per aver la certezza che qualcuno ti stia ascoltando. Lo è perché, semplifico, non sembrano arrivare proposte e nemmeno risposte. O quelle che arrivano paiono il più delle volte non centrate su esigenze prioritarie. Degli italiani e degli imprenditori. Negli anni pare si sia perso sempre più il contatto con le voci del sistema produttivo e a loro volta, con le singole imprese e realtà territoriali. Con la conseguente anche mancanza di contributo alla realizzazione di politiche attive e riforme che si rimandano da decenni. Decadi invece di poche idee e misure tampone si sono susseguite. A inseguire l’emergenza o il tema d’ attualità di turno. Senza però costruire, cambiare e risolvere. Talvolta persino aggravando. Con un contorno di burocrazia ancora fortemente limitante e una visione complessiva, anche solo di breve e medio periodo, prossima allo zero. Ben inteso che questo non è un pensiero che nasce oggi. Ma che matura alla luce anche di anni di pareri e proposte, di tanti, però inascoltati. E trovo oltremodo preoccupante che i segnali a livello economico che arrivano anche in queste ore non sembrino impensierire. Con la Germania di fatto in recessione e la Cina che rallenta. In Italia si acuiscono i soliti problemi tra burocrazia e una digitalizzazione in forte ritardo. La transizione ecologica avviata solo a parole e un cuneo fiscale, sul quale si lavora, ma oggi ancora fortemente opprimente. Le altre economie, per quanto in affanno, paiono essere più strutturate e capaci di produrre politiche industriali di prospettiva. E mai come ora auspicherei quel tanto atteso cambio di passo che se non parte anche su queste sconfortanti premesse non so quando mai potrà esserci. Sono convinto poi che le imprese continueranno comunque a fare quel che fanno. Come nel recente passato. Io ho la fortuna di trovarmi in una realtà aziendale sana. Orgogliosamente famigliare e made in Italy. Ma se a livello generale crollano anche i consumi, poi risalire la china diventa un’impresa, per tutti. Ed è quello che più di tutto credo andrebbe scongiurato. Navigare a vista e in ordine sparso non credo sia più possibile. Va data voce adeguata alle imprese, coinvolgendole e dando loro ascolto. Alle istanze che dall’ impresa e dal tessuto produttivo nel suo complesso partono e arrivano. Come è necessario che la politica sappia poi agevolarle e tradurle in misure concrete. O far sentire la propria voce poi potrebbe comunque non servire.

 

Non è tanto dannoso ascoltare le cose superficiali quanto smettere di ascoltare le cose necessarie

QUINTILIANO