Automotive. “Europa elettrica” rilancia il termico, asiatico

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Faccio in apertura di questa mia riflessione una doverosa premessa. Io non sono certo contrario all’ uso dell’elettrico. Anzi chi mi conosce e ci conosce come realtà produttiva sa bene quanto vi investiamo in termini anche di ricerca e traduciamo poi in prodotto. In ambiti d’ applicazione che a mio avviso sono quelli più naturali ma anche innovativi per tutto quello che riguarda l’elettrificazione e le tecnologie ad esse correlate. Parlo di mezzi per la mobilità urbana, delle Smart cities, sino anche all’ ambito racing e motorsport dove l’elettrico c’è già e porta innovazione anche poi sui prodotti che vediamo sulle strade tutti i giorni. Come avviene ancora oggi anche per i motori termici. In alcuni post precedenti ho chiarito spesso la mia visione al riguardo ma ci tenevo a rimarcarla.

Detto questo se entriamo nella specificità del comparto automotive ho altresì più volte caldeggiato la strada che ritengo più sensata. Che è quella della neutralità tecnologica. Ad oggi pare che solo e solamente l’elettrico possa o debba, a secondo delle voci e dei momenti, essere l’unica via che ci porterà a ridurre le emissioni e che equipaggerà i mezzi sulle strade europee del prossimo decennio. Puntare tutto su una e in particolare su quella tecnologia è un lusso o meglio un rischio che la nostra economia, europea e italiana, certo non può permettersi. E non può non perché non siamo capaci, ma perché rischiamo di tagliarci le gambe da soli.

L’Europa, quella che prende decisioni con vincoli e paletti, rischia di mettere in crisi quella realtà comunitaria produttiva dell’automotive che ha sempre portato e creato innovazione, lavoro e PIL. Paletti e indecisioni che stanno oltretutto spalancando e agevolando seppur indirettamente le porte a realtà Extra UE che più agevolmente riescono ad intercettare i cambiamenti e arrivare sui nostri mercati in tempi rapidi.

Non parlo solo di elettrico, dove è noto che tra motori e batterie le realtà asiatiche fanno già la parte del leone. Parlo dei motori a combustione con i quali, con minimi interventi e in virtù di una normativa come la recente EURO 7 che non troppo si discosta dalla precedente, i competitor asiatici stanno già oggi arrivando coi loro mezzi. Su un mercato europeo che fino a ieri si era però tutto o quasi focalizzato sull’ elettrico e la cancellazione del termico dai propri listini.

In Italia credo siamo stati tra i pochi a tenere la barra del timone dritta sul fatto che non possiamo perdere produzioni e know-how del comparto automotive legato al termico e del suo indotto. La filiera automotive, e lo dico citando parte dei tanti dati riportati nel Protocollo di intesa sul settore automotive italiano siglato tra ANFIA e il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, conta:

“5.528 aziende che impiegano 273.000 addetti diretti. Circa 90 miliardi di euro di fatturato, il 9,9% di tutto il settore manifatturiero e il 5,2% del Pil. Considerando anche gli addetti indiretti, incluse attività di servizi, i lavoratori italiani dell’automotive sono circa 1,2 milioni. La componentistica vede inoltre 2.200 imprese, 168.087 addetti e un fatturato di 54,3 miliardi. Nel 2000 l’Italia era il 5° paese europeo e il 9° al mondo per produzione di auto, nel 2022 è sceso all’8°e 20° posto. La filiera della componentistica italiana è per il 70% focalizzata nella fabbricazione di veicoli a combustione interna e loro parti, accessori e motori”.

Credo che questi dati, oltre ad essere efficacemente esemplificativi di questa realtà, però ci dicano fondamentalmente una cosa. Che come dicevo stiamo correndo un rischio se non si interverrà a livello di politiche nazionali certo, ma come soprattutto si dovrà però fare a brevissimo a livello europeo.

Siamo realmente poi sicuri che in Europa e non solo in Italia, fosse questa l’unica e migliore risposta a questa domanda di mercato che giustamente si orienta verso mezzi più sostenibili e ora sempre più ad emissioni zero? Oltretutto in una specificità di comparto dove, ripeto, paghiamo un gap anche di know-how fortissimo rispetto all’ Asia.

Va poi considerato, se parliamo di sostenibilità, che futuro avranno tra 5 anni le auto elettriche di oggi? Esisterà una richiesta dell’usato per come siamo abituati a intenderla per i veicoli termici? Con nuovi modelli elettrici in costante uscita e aggiornamento, soprattutto in tema di autonomia, vita e velocità di ricarica delle batterie? E su questo un’indicazione ci arriva già delle grandi flotte aziendali dove il full electric, anche a parità di prezzo, certo non spopola.

Abbiamo davanti pochissimi anni nei quali il futuro della filiera automotive si ridisegnerà ulteriormente sui nuovi paradigmi dettati anche dai tempi che corriamo e dalle necessità ineludibili dettate dall’ ambiente. Ma ci sono strade già oggi percorribili e tecnologie anche italiane che possono e dovrebbero essere incluse nel novero delle opzioni per quelli che saranno i motori di domani. Non solo elettrici, ma termici con combustibili alternativi e motori di nuova generazione. Per citarne alcuni. Tecnologie, conoscenza e prodotto italiani che non sono solo numeri. Ma realtà fondamentali per l’economia nazionale, valore aggiunto e patrimonio di svariate anime produttive territoriali alle quali appartengono e che non possiamo perdere.

 

“Il coraggio più sicuro e più utile è quello che nasce da un giusto apprezzamento del pericolo che si affronta”.

HERMAN MELVILLE