Quando un sogno collettivo si spegne, non è solo un mercato a crollare, è un’intera visione di futuro che rischia di andare perduta.
In questi giorni, mentre migliaia di studenti affrontano gli esami di maturità, mi ha colpito una riflessione di Aldo Cazzullo. Ricordava come un tempo, a quell’età, quella dei maturandi, si sfogliavano riviste e cataloghi per immaginare la prima macchina. Quella che poi per tanti si sarebbe trasformata in mezzo di libertà, d’indipendenza. Oggi, invece – come osservava sempre il giornalista – l’auto è passata da simbolo di progresso a simbolo di inquinamento. Un cambiamento di percezione profondo, che ci interroga sul legame tra le nuove generazioni e il mondo dell’auto e tutto quello che vi ruota intorno ai vari livelli.
Ho la fortuna di essere imprenditore, la terza generazione di chi, come e prima di me, è letteralmente cresciuto tra i motori e l’azienda alla quale ha poi dato vita. Per me questo mondo non è solo lavoro: è radici, famiglia, identità. Ho visto l’#automotive attraversare crisi, innovazioni, trasformazioni. Ma mai come oggi avverto un vuoto nel cuore di questa industria, specialmente tra i più giovani e non solo loro a dire il vero. Un vuoto che, se non affrontato con la dovuta attenzione, potrebbe minare il futuro stesso del settore.
Eppure, mi domando: è davvero così? È vero che i giovani non sognano più l’automobile? O forse, c’è ancora chi si appassiona ai motori, al design, alla tecnologia? Chi coltiva magari il sogno di lavorare nell’industria, di fondare una startup, di ridisegnare la mobilità di domani o di ricercare il carburante del futuro?
Forse il sogno non è morto, ma ha solo bisogno di essere ascoltato meglio, rinnovato, accompagnato.
Nel frattempo, però, i numeri già noti e quelli nuovi emersi recentemente in #Europa durante gli incontri tra le 40 regioni dell’Automotive Regions Alliance, ci restituiscono un quadro allarmante, che dà forma concreta a quella sensazione di vuoto che molti di noi avvertono.
Facendo una sintesi: in Italia il comparto auto rischia di perdere fino a 50.000 posti di lavoro. La produzione nazionale di autovetture nel 2024 è crollata a circa 283.000 unità, a livelli (bassi) che non si registravano dal 1956. Un calo del 20% delle auto prodotte rispetto al 2019, con punte del 30% in meno tra i fornitori di componenti. Segno di una crisi che colpisce l’intera filiera, dalle grandi industrie ai subfornitori.
Ma non è solo un problema italiano. A livello europeo circa il 75% della capacità produttiva del settore automotive è oggi inutilizzata, con un impatto potenziale su mezzo milione di posti di lavoro lungo l’intera filiera.
In questo contesto, la Lombardia è esposta in prima linea. La regione conta infatti oltre 30.000 imprese del settore, impiegando circa 100.000 persone e generando un fatturato che supera i 40 miliardi di euro.
Numeri che confermano la forza di questo ecosistema, ma anche la sua estrema vulnerabilità di fronte a un cambiamento, spesso più ideologico che industriale, che è arrivato per buona parte in questi anni dall’ Europa delle regole e dei regolamenti.
In questo scenario, anche l’intelligenza artificiale, tema forse non ancora analizzato nella sua totalità e potenzialità (positiva e negativa) sta ridefinendo processi e professioni.
L’AI può ottimizzare la progettazione e migliorare l’efficienza, ma voglio credere che non potrà mai sostituire la creatività umana. L ’intuizione, l’empatia. La capacità di dare forma a qualcosa che ancora emozioni. Nel design e nella progettazione automotive, l’#AI può supportare, ma è il tocco umano a dare un’anima. I giovani devono essere messi nelle condizioni di usare questi strumenti per potenziare la loro visione, non per sostituirla o per rischiare di farsi sostituire.
Se vogliamo davvero un #futuro sostenibile per l’automotive, è sempre più chiaro, giorno dopo giorno, quanto questo non possa essere costruito con modelli rigidi imposti a tavolino dall’alto. Serve neutralità tecnologica: elettrico sì, ma anche idrogeno, biocarburanti, soluzioni intelligenti. Serve visione, pragmatismo, ascolto.
Ma soprattutto, serve riportare i giovani e le professionalità al centro: formazione, fiducia, spazi per sperimentare, creare. Tutti, a ogni livello, dalle istituzioni agli imprenditori, dai giovani, ai meno giovani su questo dovremmo convergere.
Si devono ricreare le condizioni per accompagnare questa #transizione con investimenti mirati, sostegno alla ricerca, alla formazione tecnica e all’innovazione. Solo così potremo trasformare la #crisi in una spinta concreta verso un futuro solido e competitivo. Ma a prescindere da questo comunque, noi imprenditori, io per primo, dovremmo assumerci la responsabilità di fare la nostra parte. Il cambiamento si costruisce con coraggio ma anche con responsabilità condivisa.
Un’industria senza sogni, innovazione e passione non ha futuro. Con il giusto sostegno però questa profonda crisi che sembra palesarsi all’orizzonte può diventare opportunità di crescita o in alcuni casi, sarebbe bello, persino di rinascita.
“Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni”
Eleanor Roosevelt


