Come molti credo, nutro in queste ore forti preoccupazioni su quello che, seppur ancora non ufficialmente, sarà il piano d’azione UE per l’ automotive. Per l’ennesima volta rischiamo di perdere il treno, forse l’ultimo, che può rimettere in gioco il settore a livello comunitario. Dato che, indiscrezioni, comunque sostenute da più e autorevoli voci, parlano di un testo UE “tiepido”. Privo di quelle misure d’urto oggi più che mai necessarie. Questa settimana quindi capiremo probabilmente che strada l’UE ha deciso di intraprendere. All’ automotive serve certo una sterzata decisa, non un’accelerata in un vicolo cieco.
Se vogliamo salvaguardare il settore in Italia e in Europa, è necessario, lo sottolineo da anni, ridisegnare il percorso della transizione. Adottando un approccio pragmatico e inclusivo. Soprattutto se parliamo di mettersi a un tavolo e decidere le misure che andranno a segnare il destino di un comparto così importante. Che sono poi i destini di buona parte delle economie, di siti produttivi, dell’occupazione e anche di tutto un mondo produttivo legato al suo indotto.
Urge un ridisegno della transizione che garantisca quella, oggi tanto invocata da molti, neutralità tecnologica. Il percorso della transizione alla decarbonizzazione va ripensato. In tal senso il principio di neutralità tecnologica, come invocato anche dal Rapporto Draghi e da me lungamente evidenziato nel corso degli ultimi anni, anche attraverso questi miei post, è fondamentale. L’errore più grande, ancor più in queste condizioni economico sociali, globali e comunitarie, sarebbe continuare a imporre un’unica tecnologia. Invece di valorizzare tutte le soluzioni disponibili. Ma è chiaro che non basti la sola filosofia e il solo approccio.
Va in primis colmato, ora, il divario del costo dell’energia rispetto ai competitor internazionali che penalizza la nostra filiera. Oggi paghiamo infatti già un gap pesante, anche “solo” partendo dalle bollette. Misure concrete devono riequilibrare questo fattore nell’ immediato, se vogliamo anche solo provare ad essere competitivi. Per esserlo, oltre al costo dell’energia, dobbiamo andare oltre alla solo elettrificazione. È noto a tutti quanto l’aver investito solo nell’elettrico abbia portato, diverse realtà, in serie difficoltà nella gestione della transizione, se così strutturata.
È fondamentale, lo sottolineo ancora, preservare e rilanciare la ricerca sui motori termici avanzati. La Cina sta investendo in propulsori ibridi con eco-combustibili. Nel 2024 i suoi veicoli ibridi plug-in sono cresciuti del 100%. Raggiungendo i livelli delle vendite di veicoli elettrici (cresciuti di un 20%).
L’Europa crede davvero di poter continuare a ignorare a lungo questa strada e questi dati? Mettendosi e mettendoci in crisi praticamente da sola?
Come sottolinea anche ANFIA, giustamente, serve una strategia decennale per il rinnovo del parco circolante. Che deve prevedere veicoli a basse o nulle emissioni e con contenuto locale europeo. Evitando però di imporre scelte tecnologiche unilaterali.
Altro aspetto preoccupante nel quadro di quella che è la situazione dell’automotive europea credo sia la mancanza di una posizione chiara e unitaria. In queste ore constatiamo quanto sia difficile per l’Europa esprimere una strategia coerente che non metta a rischio la competitività dell’intera filiera automobilistica. Senza una visione comune, ma anche pragmatica, però non ne usciremo credo troppo bene.
O l’Europa trova infatti il coraggio di cambiare rotta, rispetto a un percorso che non solo non si è rivelato vincente, ma che ci ha messo in svantaggio rispetto allo scenario globale. O seriamente il settore automotive rischia di diventare marginale in Europa. Ed è uno scenario che noi come buona parte delle economie europee non possiamo certo permetterci.
“Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati”
Albert Einstein


